Adriano Olivetti
L'imprenditore antropocentrista
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Pensa a una fabbrica in cui i dipendenti abbiano l’assistenza sanitaria gratuita, l’asilo nido per i figli e una biblioteca a loro completa disposizione. A una fabbrica in cui gli operai possano gestire le pause. A una fabbrica che non sorga in una zona industriale desolata, ma in mezzo alle montagne e che si possa raggiungere in bicicletta. A una fabbrica che possa produrre qualcosa di più dell’utile. Che viva anche di bellezza, di libertà e di istruzione dei propri dipendenti. A una ditta meccanica che assuma anche i laureati in materie umanistiche, perché c’è tanto bisogno di pensare. E, venendo ai numeri che contano, a una fabbrica che aumenti la propria produttività del 500% in dieci anni. Pensi che non ci siano i presupposti giusti per queste cose? Beh, tutto questo è già accaduto negli anni '50, proprio qui, in Italia. 

Ho strappato un uomo ai campi, pensavo, che almeno possa vedere il cammino del sole dalla finestra. E così ho costruito intere fabbriche di vetro, leggere e aperte. Ho impiegato altro personale a vendere le mie macchine da scrivere. Ho voluto formarlo e dare dignità alla sua occupazione. Ho studiato l’America, ma ho preferito non copiarla. Ho voluto mettere gli uomini a lavorare non in fila ma in cerchio, in una sorta di isola anziché in una catena di montaggio, perché potessero vedere cosa succedeva intorno a loro, perché potessero sapere cosa usciva dalle loro mani. Perché si sentissero parte di qualcosa. Qualsiasi cosa tu costruisca nella tua fabbrica ha una cosa in comune con qualsiasi altra cosa esca da qualsiasi altra fabbrica: a costruirla è una persona.
Mi sono attorniato di collaboratori che prima riflettessero interiormente e poi esternassero il proprio pensiero. Ho fatto prima con la testa e poi con le mani. Mi sono lasciato percorrere da un’idea e l’ho sperimentata perché sapeva di bello e di giusto, sapeva di guadagno e di futuro. E io sapevo che, per ognuna di queste cose, valeva la pena lavorare.

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Adriano Olivetti (Ivrea, 11 aprile 1901 – Aigle, 27 febbraio 1960) è stato un imprenditore, ingegnere chimico e politico italiano. Come uomo pubblico si starebbe prima a dire che cosa non fu, dal momento che visse l'esperienza di sindaco, deputato, urbanista, militante attivo e intellettuale. Piantato in terra, ma con una testa che sapeva viaggiare, è stato uno degli uomini d’oro del secondo dopoguerra. Senza avere ancora la spavalderia del boom economico, ma con un piede già nel futuro, si distinse per i suoi progetti innovativi industriali basati sul principio secondo cui il profitto aziendale deve essere reinvestito a beneficio della comunità.

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