Aleksandr Isaevič Solženicyn
Lo scrittore dalle mille personalità
READ SOULTALE / Vivere senza menzogna

Gulag. Glavnoe Upravlenie ispravitelno-trudovykh Lagerei. Amministrazione generale dei campi di lavoro correttivo.
Che ne sapevate, voi occidentali, di questa parola? E che ne sapevano i miei connazionali? Sembra la marca di un budino, o il nome di un giocattolo un po’ buono e un po’ ingenuo. E invece era l’inferno. Eravamo un universo a parte, un universo che nessuno conosceva, ce ne stavamo lì, spettri rinchiusi in una costellazione parallela, come reietti spiaggiati. Dal Circolo polare artico alle steppe del Caspio, dalla Moldavia alle miniere d'oro della Kolyma in Siberia, eravamo ovunque e in nessun luogo, parte di un invisibile arcipelago.

C’era stato un tempo in cui eravamo stati insegnanti, giornalisti, operai, che prendevano il tram come voi, facevano l’amore come voi. Poi, ad un tratto, siamo scomparsi. Siamo diventati lavoratori da rieducare. Perché non eravamo d’accordo con loro, perché nessuno voleva andare in quei posti, perché una dittatura non vuole avere voci contro. Semplicemente questo. Perché eravamo voci contro. All’epoca, insegnavo matematica e avevo scritto qualche lettera al mio amico, parlavo male di Stalin. Uno si poteva giocare la sua vita così, per quattro graffiti su un foglio bianco.

Forse è stata semplicemente sfortuna, forse è stato il destino che l’aveva deciso. Chi lo sa. Forse da qualche parte dell’universo esisteva un santo patrono dei lavoratori del Gulag e io sono stato scelto: sono diventato il cantore del Gulag. Forse aveva ragione Primo Levi che la testimonianza è un dovere. Io questo dovere l’ho assunto su di me. Neanche una bugia, neanche un’invenzione è uscita da quelle mie pagine.

Ho infranto la patina imbiancata delle bugie di stato. Ho raccolto un’altra storia, una storia che non c’era scritta in nessun luogo, una storia di cui all’epoca voi occidentali non potevate saperne niente. Ma non ero solo. In 257 siamo stati a ricostruire l’orrore. 257 persone che erano tornate nel frattempo umane. Mi hanno aiutato con i loro racconti, i loro ricordi, le loro lettere. L’arresto, la perquisizione dell’abitazione, il destino dei familiari, l’isolamento e le torture nei carceri giudiziari, il processo, il trasporto nei campi di lavoro in condizioni bestiali, le soste nei campi di transito, le violenze e le angherie di ogni genere, il lavoro servile e le sue “norme” produttive, le morti, le uccisioni quotidiane.

Molti non sono tornati. Io sono tornato, e ho testimoniato. E ho anche pagato la mia testimonianza, con l’esilio. E le mie idee, con l’isolamento. Del resto, due cose non sono mai riuscito a fare: tacere e mentire.
Ma ora, a distanza di anni, potete vedere chi aveva ragione e chi aveva torto.

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Aleksandr Isaevič Solženicyn, traslitterato anche come Aleksandr Isaevič Solženitsyn o Aleksandr Isaevich Solzhenitsyn (Kislovodsk, 11 febbraio 1918 – Mosca, 3 agosto 2008) è stato uno scrittore, drammaturgo e storico russo. Fisico e matematico, eroe di guerra, internato in un campo di concentramento, malato di cancro, testimone, raccoglitore di testimonianze, esule, cantore, premio Nobel, autoisolato, amico di Putin, primo utilizzatore del termine oligarchia. Filomarxista, antistalinista, filocristiano. Critico serrato alle filosofie illuministe e radicali, in nome dei valori tradizionali e religiosi. Critico del sistema mediatico, del consumismo e dell’obshchedosvolennost (onnipermissivismo) del mondo occidentale.

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