Antonio Calabrò
Il medico scalzo
READ SOULTALE / Una sciarpa arcobaleno

Eh lasciatemelo, 'sto vezzo. Per il resto, sò uno di voi. Voi che venite in questo container colorato e dovete trovare uno che in qualche modo vi somigli. Ma che sia anche altro e che questo altro serva a qualcosa.

Che vi possa incontrare eliminando qualsiasi distanza, che vi possa venire a cercare quando non tornate più e invece avete bisogno di aiuto. Uno di cui fidarvi perché ha fatto di voi il senso della propria vita.

Ma voi chi? Voi ai margini, della strada e della storia, voi che preferiamo non vedere. Che non esistete se non come elemento di disturbo e fastidio dentro l'ordinata e regolare immagine delle nostre esistenze fortunose, che si professano attaccate a saldi principi. Che sì, mettiamo pure ci siano, ma sono ben delimitati. E voi non ci rientrate, sconfinate, e dunque non si può.

Invece si può. Si deve: garantire almeno il diritto alla salute. E allora ben venga anche la strada, se negli ospedali non troverete mai accoglienza. Intanto si comincia da lì. Poi, se serve, lavoro ai fianchi i miei colleghi e, sì insomma ce sò fà, me lo dite e ve lo lascio dire, perché in qualche modo finisco per trovare quel ricovero altrimenti impossibile.

Un eroe moderno, un san Francesco dei nostri tempi, il medico degli ultimi... vabbè, me fa pure piacere eh, senza presunzione né falsa modestia. Ma solo se queste non restano parole vuote. Perché da sempre ho creduto che quello che conta è il servizio. Che sembra 'na parola brutta, quasi svilisca o tolga dignità e libertà. Beh, sentiteme, nun' è così. È il sentire che diventa fare dedicando il proprio tempo; è azione concreta che diventa testimonianza di fede, quella che nasce dentro e cresce con l'allenamento. Quella che ha come principio più alto la compassione, che significa partecipare del dolore altrui e non lasciarlo là, che tanto niente se pò fà.

Io sono un medico, e cosa potevo fare? Curare le persone, me pare chiaro. Ma dove, in che modo? Perché giro lo sguardo e qui intorno vedo luoghi di nessuno, di degrado, di solitudine e rassegnazione disperata. Se semo aiutati allora e in quattro e quattr'otto lo abbiamo tirato su, 'sto posto. Per una visita, una prescrizione, un'attenzione. Aperto a tutti: io ce sò. E mò, scusateme, ma me metto 'sta sciarpetta arcobaleno, prendo la borsa e vado.

ABOUT / Antonio Calabrò

Antonio Calabrò è stato il medico dei poveri, dei clochard, degli sfrattati, dei migranti e degli ultimi. Un eroe minimo e molto amato che ha svolto l'attività di cardiologo al Fatebenefratelli, dove si è spento il 18 ottobre 2015. Una vita spesa tra il grande ospedale e il suo quartiere, quello che sorge attorno alla chiesa di Don Bosco, a due passi dalla Tuscolana. Lì, nell'oratorio dei Salesiani, come molti suoi coetanei degli anni Cinquanta, era cresciuto. Una formazione cattolica e cristiana coltivata studiando i libri dei teologi della liberazione ma poi portata in strada, al servizio dei poveri. Fervente militante pacifista, tra le sue sciarpette ne aveva una con i colori dell'arcobaleno e con quella, e una borsa da dottore, andava in giro. Aveva fondato l'associazione Condividi ed era diventato uno dei referenti romani della rete nata attorno ad Alex Zanotelli. A Cinecittà era diventato amico, tra gli altri, di Sandro Medici che, nel 2008, gli propose alcune idee. È nato così l'ambulatorio popolare in un container installato in piazza dei Decemviri. Lì Calabrò passava due pomeriggi a settimana a visitare chiunque ne avesse bisogno, a misurare la pressione e a fare elettrocardiogrammi, a prescrivere farmaci e rimedi. Qualche paziente se lo andava persino a cercare, tra le baracche. Un altro ambulatorio, più organizzato, lo aveva allestito nel centro di accoglienza per sfrattati di via Campo Farnia.

SOULSPECIAL