Carmelo Bene
L'intramontabile massacratore
READ SOULTALE / La voce umana della macchina attoriale

Mi sento francamente più abortito che nato. No, non come artista, come umano. Dell’artista frega a voi, non a me. A me, di Carmelo Bene, non frega niente. Perché un grande artista, se davvero se ne sbatte dell'arte lasciandola a quello che è, un’ingloriosa defecazione, si pone per quello che è: un pericolo pubblico, un criminale. In questo senso, sono stato e sono un criminale. Ho sempre cercato il mio patibolo, il cemento delle teste vuote contro cui andarmi a disintegrarmi. Che credete? Io sono rigorosissimo, e folle. Lo so, nessuno si capacita di questa sintesi, ma daccapo, fin tanto che non entrate nell’atto di ciò che faccio, sarà inutile qualsiasi mio tentativo di spiegare a parole.

Il teatro, il grande teatro, è un non-luogo soprattutto, quindi è al riparo da qualsivoglia storia.
È intestimoniabile.

Lo spettatore per quanto martire, testimone, per quanti sforzi possa compiere, dovrebbe non poter mai raccontare ciò che ha udito, ciò da cui è stato posseduto nel suo abbandono al teatro. Ecco che l'attore non basta più, il grande attore nemmeno. Bisogna essere una macchina. Una macchina di carne, sangue, amplificazione e ascolto. Purissimo. Bisogna fare di sé dei capolavori. Per il resto, non c’è altro da dire. In arte e in vita si nasce e si muore soli, che è già un eccesso di compagnia.

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Carmelo Pompilio Realino Antonio Bene (Campi Salentina, 1 settembre 1937 – Roma, 16 marzo 2002), è stato  un attore, regista, drammaturgo, filosofo, scrittore e poeta italiano. Di personalità umana e artistica molto forte e controversa, viene cacciato per indisciplina a poco più di vent’anni dall'Accademia d'Arte Drammatica, pur dichiarando egli stesso di essersene andato per ragioni ideologiche. Ribattezzato l’enfant terrible della cultura italiana, poco dopo il debutto in teatro con il Caligola di Albert Camus nel 1959, fonda il progetto Teatro Laboratorio dal quale sforna originalissime versioni di classici come Amleto, Faust, Don Chisciotte. Si succedono così importanti tappe di rivoluzione artistica e personale tra le quali la scoperta nel 1966 di Antonin Artaud e del suo Teatro della crudeltà, la cui estetica antiborghese, antinarrativa e antipsicologica caratterizzerà tutto il suo percorso artistico. L’anno successivo segna l’approdo al cinema con l'interpretazione di Creonte nell’Edipo Re di Pasolini, mentre dal ’68 si susseguono le creazioni accanto a Leo De Berardinis, pur continuando a sviluppare autonomamente una fucina di meta-spettacoli, rutilanti caleidoscopi di scene e costumi, citazioni e vocalità surreali.

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