David Foster Wallace
Il re pallido e angosciato
READ SOULTALE / Puoi chiamarmi Dave

Il giornalista David Lipsky, inviato dalla rivista Rolling Stone, ha trascorso alcuni giorni con me e mi ha descritto così: David Foster Wallace era alto quasi un metro e novanta e, quando era in forma, pesava novanta chili. Aveva gli occhi scuri, la voce dolce, un mento da cavernicolo e una bocca adorabile con le labbra a punta. Camminava con l’andatura molleggiata dell’ex atleta. Un movimento ondulatorio che partiva dai talloni, come se ogni attività fisica fosse un piacere.
Io non saprei descrivermi, dovessi farlo.
Potrei dirvi che sono nato il 21 febbraio 1962 a Ithaca, nello Stato di New York, che due anni dopo è nata mia sorella Amy, che moderazione, cortesia e senso di appartenenza alla comunità erano le virtù tipiche del Midwest in cui sono cresciuto. Comportati bene, mi disse mia madre quando avevo tre anni. Io sono “bene”, le risposi. E ci credevo.
Potrei dirvi che sono stato un brillante scrittore. Il mio secondo romanzo Infinite Jest, dopo La scopa del sistema, è uscito nel 1996 e con mia grande sorpresa, ma neanche così grande, la rivista Time lo ha incluso tra i 100 migliori romanzi di lingua inglese dal 1923 al 2006.
Ma non è di questo che vorrei parlare.

Potrei insegnarvi qualcosa sulla depressione, credo, anzi ne sono sicuro. Sono stato depresso così a lungo, ho avuto a che fare così a lungo con la cosa brutta che potrei insegnarvi qualcosa sulla depressione, credo, anzi ne sono sicuro. La persona cosiddetta depressa che tenta il suicidio non lo fa spinta da una presunta disperazione o da una convinzione astratta che il conto della vita tra il dare e l’avere sia in rosso. E di sicuro non lo fa perché tutto d’un botto la morte appare come un’opzione interessante. La persona la cui invisibile agonia raggiunge un livello insopportabile si suiciderà per lo stesso motivo per cui una persona intrappolata in un edificio in fiamme si getta fuori dalla finestra. Non commettete errori quando pensate alle persone che saltano dalle finestre di edifici in fiamme. Il loro terrore di cadere nel vuoto da una notevole altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo a speculare alla stessa finestra, guardando fuori; la paura rimane una costante. La variabile qui è l’altro terrore, quello per le fiamme. Quando arrivano abbastanza vicine, lanciarsi verso la morte diventa l’orrore leggermente meno terribile. Non si tratta del desiderio di buttarsi giù; si tratta della paura delle fiamme. E ciononostante, nessuno tra quelli che gridano giù sul marciapiede non farlo! e tieni duro può capire il salto. Davvero. Bisognerebbe essere stati intrappolati e aver sentito le fiamme per capire davvero un orrore più grande di quello di cadere nel vuoto.

Da giovane, ma anche poi più tardi, era questione di periodi, ero spesso triste, poi quando faceva buio mi veniva una malinconia che è difficile da spiegare, come è difficile spiegare i pensieri che viaggiavano dentro la mia testa, forse viaggiano troppo veloci, i pensieri, e alle volte non riuscivo a non piangere e mi rimaneva addosso quella tipica stanchezza di chi ha appena pianto che poi non ne vuol sapere di andar via. E mi veniva da pensare che la paura è la nostra condizione di base, e ci sono motivi di tutti i tipi per essere spaventati. Ma il punto è che il nostro compito qui è di imparare a vivere in modo tale da non essere costantemente terrorizzati. Io non so se ci sono riuscito. Forse no. Ma molte cose le ho fatte. Ho insegnato. Ho scritto, soprattutto. E lo so che sono tante, tantissime, le questioni lasciate aperte con Infinite Jest sul tennis, la droga, l'intrattenimento e l'ossessione. Le stesse questioni che ho lasciato aperte con la mia vita e dopo la mia morte. Sono molte anche queste, credo. Ma credo anche che sia giusto così.
Mi sono suicidato nella mia casa in California la sera del 12 settembre 2008. Quando ho deciso di approfittare di quel paio d'ore d'assenza di mia moglie Karen per mettere in ordine il seminterrato, ho sistemato per Michael Pietsch il manoscritto provvisorio di quello che sarebbe diventato Il re pallido. Ora provateci voi, a chiuderle, tutte le questioni che ho lasciato aperte, se vi va, se vi riesce.
Il mondo in cui io non riuscivo più a vivere è ora diventato il vostro.

ABOUT / David Foster Wallace

David Foster Wallace, all'anagrafe David Wallace (Ithaca, 21 febbraio 1962 – Claremont, 12 settembre 2008) è stato uno scrittore e saggista statunitense. Iscritto all'Amherst College, si è laureato nel 1985 in letteratura inglese e in filosofia, con una specializzazione in logica modale e matematica, per poi frequentare il primo semestre del corso di filosofia presso l'università di Harvard, che abbandonò alla fine del 1989 dopo il ricovero alla clinica psichiatrica McLean's. Ha insegnato alla Illinois State University per gran parte degli anni novanta e nell'autunno del 2002 è diventato professore di scrittura creativa e letteratura inglese al Pomona College, in California. Il suo romanzo d'esordio, La scopa del sistema, si ispira alla sua seconda tesi universitaria ed esce nel 1987. Con il secondo, Infinite Jest, pubblicato nel 1996, Wallace diviene in poco tempo un autore di culto internazionale. Definito dal New York Times un Émile Zola post-millennio e la mente migliore della sua generazione, la critica lo ha spesso paragonato ad autori celebrati come Thomas Pynchon, Don DeLillo, Vladimir Nabokov, Jorge Luis Borges.

SOULSPECIAL