Eddie Vedder
Il cantante dall'ugola sporca
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Io e mio padre non andavamo molto d’accordo. E la situazione peggiorò drasticamente, quando scoprii che non era davvero mio padre.

Non avevo nemmeno un anno quando mia madre sposò Peter. Stavamo ancora a Chicago e un acquerello d’infanzia è l’immagine del contrasto tra l’altezza dei palazzi che insidiano il cielo e la polvere dei marciapiedi. Quando ci spostammo a San Diego mi sentii felice, ascoltando il rumore delle onde e le grida dei surfisti. 

Fu allora che mia madre mi regalò una chitarra. Quando divorziò da Peter se ne tornò a Chicago con le mie sorelle. Non saprei dire perché scelsi di rimanere con lui, forse mi piaceva il mare o forse una ragazza della contea. Poi un giorno mia madre mi chiamò e mi disse che c’era un uomo che era morto di sclerosi e che quell’uomo era mio padre. Si chiamava Edward Louis. Non lo avevo mai conosciuto. Ruppi definitivamente con quello che avevo scoperto essere il mio patrigno e decisi di tornare a Chicago. Non aveva molto senso, allora, pensare a cosa significasse per me la parola casa. L’identità era minata dalle fondamenta e decisi di prendere il cognome Vedder, quello di mia madre. Quella, almeno, non poteva essere una menzogna. Non lo erano neanche le canzoni di Neil Young, la musica dei Doors o quella di Bruce Springsteen. Avevo una fidanzata, Beth, e anche lei era una sradicata come me. Lasciai per la seconda volta Chicago e mi stabilii con lei a San Diego. Più della nostalgia dell’oceano fu la sensazione di conoscere qualcosa con certezza che mi spinse lì. Trovai lavori inutili e iniziai a scrivere canzoni. La mattina alla pompa di benzina, il pomeriggio in garage a provare, la sera nei locali a cantare e bere. Avevo mal di testa per una sbornia colossale quando il postino, un giorno, mi consegnò un nastro registrato. C’erano cinque tracce, tutte strumentali. Me lo avevano spedito da Seattle, mi chiedevano di metterci la voce. E allora io vi dico: il sole che sorge sulla California e la spuma del mare contro le rocce e l’urlo degli uccelli marini mi chiesero di urlare a mia volta. Rientrai in casa e dissi tutto quello che avevo da dire contro le chitarre registrate da quegli sconosciuti.

Figlio, mi ha detto, ho una storiella per te
Quello che tu pensavi fosse tuo padre non era altro che un figlio di puttana
Mentre te ne stavi seduto a casa da solo all'età di 13 anni
Il tuo vero papà stava morendo
Mi dispiace che tu non l'abbia conosciuto
ma sono contenta di averne parlato.

Spedii indietro il nastro con la mia voce. Dopo una settimana mi chiesero di raggiungerli. Ormai sono passati quasi venticinque anni. Suoniamo ancora insieme.

ABOUT / Eddie Vedder

Edward Louis Severson III, conosciuto come Eddie Vedder (Evanston, 23 dicembre 1964) è un cantautore e chitarrista statunitense, noto principalmente come voce e anima dei Pearl Jam. Fu Jack Irons, batterista dei Red Hot Chili Peppers, a fargli recapitare una demo strumentale incisa da alcuni membri dei Mother Love Bone. Eddie registrò sul nastro i suoi testi, raggiunse poi a Seattle quelli che sarebbero divenuti di lì a poco i suoi compagni nei Pearl Jam e pubblicò l’album Ten, uno dei dischi d’esordio più fortunati nella storia del rock. Assieme ai Nirvana e agli Alice in Chains rappresentano una delle band simbolo del movimento grunge ma, a differenza del gruppo di Kurt Cobain, coi loro dieci album in studio e una carriera ventennale, sono tra le realtà più longeve del rock. Eddie Vedder ha avuto fortuna anche come solista, componendo la colonna sonora del film Into the wild con cui ha vinto un Golden Globe. Attivo politicamente, non ha mai nascosto il proprio disappunto nei confronti della politica repubblicana e ha spesso appoggiato – con interviste, canzoni e concerti – candidati democratici durante le competizioni elettorali.

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