Luciano Bianciardi
L'intellettuale incazzato
READ SOULTALE / E facciamoci coraggio

Seduto sui gradini dello spaccio del paese, ormai chiuso, non riuscivo a credere che fosse davvero finito. Che non ci fosse più niente da fare. Il funerale si era concluso da poco e tutti, alla spicciolata, erano tornati alle proprie case. La miniera di Ribolla era esplosa un paio di giorni prima e quarantatre lavoratori erano morti. Li conoscevo uno a uno, quei poveracci. Pensavo a loro, camminando per le stradine polverose e non riuscivo a capacitarmi che fosse proprio tutto finito. Mi prese allora un senso di angoscia e di solitudine che non mi avrebbe più abbandonato. Quel giorno qualcosa cambiò. Cambiò per sempre.

Ero talmente incazzato che il mio unico scopo era quello di voltare pagina. Decisi, qualche mese dopo, di abbandonare la mia piccola Kansas City. Così mi piaceva chiamare la mia Grosseto. Mi trasferii a Milano, con l'intento di migliorare la mia vita. Me ne andai di notte, come un ladro, abbandonando mia moglie e i miei figli. Ma l'impatto con la città fu molto duro. La metropoli lombarda piegò la mia storia verso un altro destino. Un destino di alienazione e di estrema solitudine. Milano era la città del lavoro, del capitalismo rampante, delle vite e delle identità forgiate dal boom economico. E io non volevo diventare una rotella dell'ingranaggio. Non avevo nessuna intenzione di scendere a patti con il potere. Mi sentivo una vittima della società, della sua follia e della sua logica disumana. Preferivo starmene chiuso in casa, lontano dal mondo, isolato da quella giungla merdosa. Preferivo dedicarmi al lavoro di traduttore piuttosto che a quello di impiegato in una casa editrice. Però mi toccava faticare parecchio. C'erano da comprare le sigarette, pagare l'affitto, le bollette e le rate dei vestiti. C'era da guadagnare un sacco di soldi per poter vivere. E tutto questo mi procurava una profonda malinconia. Mi tormentavo nei ricordi e nei rimorsi. Mi sentivo amareggiato e disilluso. Mi sentivo rassegnato e impotente. Avrei voluto urlare al mondo intero la mia rabbia, la mia delusione e il mio risentimento. Urlare a squarciagola fino a perforarmi i polmoni. Eppure me ne stavo zitto, rintanato nel mio piccolo studio. Me ne stavo zitto perché il mondo va così. Non ci posso fare nulla. Ma almeno questo mondo potevo raccontarlo.

ABOUT / Luciano Bianciardi

Luciano Bianciardi (Grosseto, 14 dicembre 1922 – Milano, 14 novembre 1971) è stato uno scrittore, saggista, giornalista, traduttore dalla lingua inglese e critico televisivo italiano. Contribuì al fermento culturale nel dopoguerra, collaborando con diverse case editrici, riviste e quotidiani. La sua opera narrativa è caratterizzata da punte di ribellione verso l'establishment culturale e da un'attenta analisi dei costumi sociali nell'Italia del boom economico. Si interessò alle lotte operaie, soprattutto a quelle dei minatori del grossetano, denunciandone le dure condizioni di vita e la povertà. Trasferitosi a Milano, si dedicò al lavoro di traduttore. La vita agra è il romanzo che lo ha reso celebre, ottenendo un grande successo sia di critica che di pubblico.

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