Pietro Mennea
READ SOULTALE / La freccia del Sud

Città del Messico, 12 settembre 1979. Lo Stadio Olimpico è quasi deserto. Ai blocchi di partenza, con me, ci sono il sovietico Bourak, il polacco Dunecki, l'africano Kablan, il danese Smedegaard, il brasiliano De Silva, lo statunitense Melvin e il britannico Bennet.
Il mio vero rivale, però, è il cronometro.
Mi sento positivo, ma questi secondi che anticipano lo sparo della pistola che ci fa scattare sono eterni. 

Bergson aveva ragione quando scriveva che la visione che hanno i fisici del tempo è molto lontana da quella che i comuni mortali hanno nella realtà. Poco da fare: il tempo vissuto non è il tempo degli orologi. E nemmeno quello dei cronometri. Nella realtà il tempo è vissuto soggettivamente dalle persone, ognuno percepisce uno stesso attimo in modo diverso a seconda di ciò che sta effettivamente facendo e ogni attimo è in sé irripetibile, insostituibile e irreversibile... tanto lungo, quanto breve, tanto intenso quanto labile ... 

L'aria è molto calda, umida, soffia un vento fastidioso che mi fa compiere un tuffo nel passato. 
Per un attimo scorrono nella mia mente immagini di un tempo ormai trascorso, ma che ha formato la mia personalità. Ricordo le prime corse con i compagni di scuola, le sfide sulle strade di Barletta, magari di notte quando scappavo dalla finestra per potermi sentire libero, i primi allenamenti. E ricordo Giorgio, uno dei compagni di squadra all'epoca in cui mi allenavo a Roma. Con lui condividevo sudori e divertimenti. Non riusciva mai a battermi, ma ogni volta entrambi davamo il massimo, come fossimo in pista per gareggiare uno contro l'altro. Era un ottimo compagno d'allenamento. E di vita. Chissà dov’è ora, so che è diventato farmacista. Non ha proseguito con lo sport e le nostre strade, a un certo punto, si sono separate. Mi piacerebbe rivederlo, ma chissà se mai succederà. Solo il destino lo deciderà, quel destino che dipinge le nostre vite con tutti i colori che più gli piacciono, con i rumori, le voci, i volti delle persone che meglio si addicono alla situazione e le cui azioni vanno a intrecciarsi creando così il percorso di ognuno di noi. 

Ai vostri posti! 
Come ogni volta prima di partire la mia mente vaga tra passato e presente, ma ora è giunto il momento di esserci. Avanzo, mi posiziono davanti al blocco di partenza, sistemo il piede sinistro su quello più lontano, poi l'altro, ginocchio a terra, mani dietro la linea di partenza, mi rannicchio e attendo. 

Pronti! 
Sollevo il ginocchio, mi sento pronto, in posizione, la tensione è massima. 

Colpo di pistola.... via! 
Uno, due, tre, quattro, cinque… diciannove, 19’ 72”.
Diciannove e settantadue, 19’ 72”, è il nuovo record del mondo.

Oh mio Dio, ce l’ho fatta, ce l’ho fatta, ce l’ho fatta. Mi sembra quasi incredibile. Un altro tassello della mia carriera è fissato, un’altra medaglia, un nuovo record. 

Le lacrime scendono da sole dai miei occhi, rigano le guance e segnano la pista che, sotto ai miei piedi, è ancora calda, vibrante e reattiva. È ancora mia. Ho raggiunto un’altra tappa di quella corsa che impegna quotidianamente tutti noi, che ci impegna dentro e fuori perché non è solo una gara, ma è un qualcosa di più faticoso ma pure più affascinante, una corsa che prosegue giorno dopo giorno, tra gioie e dolori.
Ed è essa la vera sfida per ognuno di noi. 

ABOUT / Pietro Mennea

Pietro Paolo Mennea (Barletta, 28 giugno 1952 – Roma, 21 marzo 2013) è stato un atleta, politico e saggista italiano. Ha frequentato fin da piccolo la palestra della strada divenendo un personaggio che sembra faccia immergere nella leggenda. Non si è mai accontentato dei risultati raggiunti, ma ha sempre amato proiettarsi alla successiva sfida e considerare ogni successo, piccolo o grande che sia, un semplice punto di partenza anziché d'approdo. Allenamenti senza tregua hanno caratterizzato la sua giovinezza. E la sua vita. 

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