Pussy Riot
Il collettivo punk e dissidente
READ SOULTALE / La libertà è una preghiera punk

Libertà. In russo, свобода.
Siamo riuscite a compiere un miracolo: il suono di una parola si trasfigura nei colori dei nostri balaclava, i passamontagna che nascondono la nostra ribelle identità. Avvolte dalle tinte sgargianti dell’arcobaleno, ci trasciniamo in una terra vittima di una lurida ingiustizia. La Chiesa Ortodossa, potente baluardo della nostra secolare tradizione, si piega alle direttive di un uomo che non vale nemmeno un cristallo di neve della nostra amata Siberia.

La Russia non è ancora pronta a conoscere i nostri volti. Un volto diventa il bersaglio di una condanna. Scatena un sentimento. Suscita una reazione. No, non è su di noi che vogliamo concentrare l'interesse del mondo. Non sono i nostri volti, quelli da condannare. Per questo li copriamo. Noi non vogliamo essere viste, vogliamo essere ascoltate. Noi siamo vistose farfalle dalle ali tarpate che gravitano attorno a una pila di letame, in attesa di essere inghiottite dallo stesso sistema che, nel decantare i valori della grande Madre Russia, ha calpestato i nostri diritti in nome di un fantomatico ordine sociale. Siamo un’immensa e silenziosa massa di capre comandate da un piccolo gruppo di sudici porci. Incapaci di combattere, incapaci di reagire per timore delle terribili conseguenze cui verremo sottoposti.

Essere omosessuali, essere donne, essere artisti. Essere diversi. Questo ci rende vulnerabili ai suoi occhi imperturbabili e glaciali, autorizzandolo a esercitare la forza bruta su tutti noi. Come se questo potesse fermarci. Come se questo potesse spegnere la nostra natura, le nostre opinioni, i nostri sentimenti. E, quindi, noi dovremmo avere paura di lui? Desistere dalla nostra battaglia? Assolutamente no. Vi sveliamo un segreto. Chi ha davvero paura, qui, non siamo noi. È lui. Come potrebbe essere altrimenti? Noi siamo le ambasciatrici del caos! E più forte di noi, noi non ce la facciamo ad assistere inermi, noi disturbiamo con ferocia la virulenta e distruttrice smania di normalità di un omuncolo affetto da manie di grandezza. Mentre la magia si sta per compiere, noi facciamo piovere una cascata di indici puntati sul trucco del prestigiatore. Noi non siamo i mali nascosti nel vaso di Pandora. Noi, quel maledetto vaso, lo apriamo. Quella finestra murata da un finto moralismo noi la spalanchiamo sul mondo, costringendovi ad aprire gli occhi e a intervenire. Noi non abbiamo paura, anzi, sappiamo esattamente a cosa andiamo incontro: reclusione, torture, lavori forzati, condizioni igieniche e umane al limite della tolleranza. Ma quest’immagine a chi nuoce di più? A lui, leader di una nazione che si richiama ai sempiterni valori umani della democrazia, o a noi, colpevoli di aver semplicemente manifestato un dissenso attraverso una performance artistica? Noi continueremo a recitare al mondo la nostra preghiera punk dai toni fluo: lottate, sempre, fino alla fine. Unitevi al nugolo di farfalle, continuiamo ad agitare senza posa le nostre ali vistose. Prima o poi, da qualche parte, scateneremo un tornado. Spazzeremo via tutto questo lerciume e finalmente potremo riprenderci ciò che ci spetta di diritto.
La libertà di essere meravigliosamente umani.

ABOUT / Pussy Riot

Pussy Riot è un collettivo femminista punk rock russo attivo a Mosca e che agisce in anonimato. Il gruppo è famoso per una serie di performance estemporanee contro le condizioni politiche, culturali e sociali in Russia, con particolare riferimento alla figura di Vladimir Putin. Nel marzo del 2012 alcune di loro hanno fatto irruzione nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, dove hanno messo in scena un’esibizione contro Putin. Subito dopo, tre di loro, Marija Alechina, Nadezda Tolokonnikova ed Ekaterina Samucevič sono state arrestate con l’accusa di teppismo e istigazione all’odio religioso. Il loro caso ha suscitato notevole interesse a livello mondiale, non solo riguardo al tema della libertà d’espressione in Russia, ma anche a quello del rispetto dei diritti umani, che sarebbero stati ripetutamente violati durante il loro periodo di detenzione, conclusosi a dicembre 2013, dopo un’amnistia approvata all’unanimità dalla Duma.

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