Rabindranath Tagore
Il poeta del fascino interiore della natura umana
READ SOULTALE / Io stesso sono la mia casa

Jorasanko mi ha cullato con la voce della bellezza e mi ha svelato la vita del mondo. Ora torno a questo paese pronto a riversarmi nuovamente nel Grande Fiume di Fango che nutre gli angoli più riposti del tempo. Calcutta ha sciolto per me i suoi labirinti. Non ho mai abbandonato il bengalese e ho tradotto io stesso in inglese le mie poesie. Eppure posso esprimermi in tutte le lingue, vive e morte. Mi appartengono nel loro ritmo profondo e serpeggiante.

Sono un patriota, ma la mia patria è dovunque la mia mano possa stringere quella di un altro uomo, dovunque le mie orecchie possano udire un canto o una preghiera, dovunque i miei occhi possano scorgere un sorriso o un'espressione di dolore che possa essere lenita. Io stesso sono la mia casa. L'umiltà scorre in silenzio, senza attirare l'attenzione, striscia sul fondo comune dell'esistere. Essa è l'alveo del Grande Fiume.

È da quando ho compiuto diciotto anni che, dopo aver varcato le porte del sonno, mi ritrovo a vivere sempre lo stesso sogno. Sono seduto in un luogo silenzioso e buio, avvolto da una pesante nebbia. Poi, lentamente, delle lame luminose tagliano la foschia, modellando il profilo del paesaggio. Intorno a me vedo apparire alberi senza nome, colline dalla forma eccentrica, vegetazione straordinariamente florida, cascate e fiumi rigonfi e debordanti. La nebbia si dirada, si alza, viene riassorbita in questo globo luminoso che travolge ogni cosa. Il mondo si dipinge di colori che nessuna mente umana può immaginare. A questo punto inizialmente mi svegliavo. Con il passare del tempo però il sogno si riempiva di particolari. I suoni, l'acqua di una cascatella che gorgogliava, il fruscio di una pianta mossa dalla brezza diventavano più nitidi e piccoli animali facevano la loro esitante apparizione.

Ancora oggi, quando sogno, dopo che la nebbia si dirada totalmente, mi alzo e comincio a passeggiare. Oltre la prima schiera di alberi si estende una pianura tagliata a metà da un fiume. L'orizzonte è sinuoso, affollato di colline. Mentre il mio sguardo delira sotto il peso della bellezza, intravedo un bimbo avvicinarsi a me. È completamente nudo, deve avere poco più di cinque anni. Ci guardiamo reciprocamente negli occhi. I suoi ricordano il cielo notturno tempestato di stelle. Fino a qualche anno fa il mio sogno terminava qui.

Ora mi trovo nuovamente di fronte a lui. Sto sognando, lo so. Il bimbo mi prende per mano e inizia a camminare. Mi conduce lungo sentieri su cui nessun uomo potrebbe mettere piede. Indica le cose e dona loro un nome. Parla in una lingua che non ho mai sentito, eppure comprendo benissimo le sue parole. Si ferma a pochi passi dal fiume, indica il sole e lo nomina. Poi, entrambi chiudiamo gli occhi e respiriamo profondamente. La sua piccola mano abbandona la mia, eppure non sono infelice, sono un nuovo raggio di luce nell'oscurità del mondo.

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Rabindranath Tagore, nome anglicizzato di Rabíndranáth Thákhur, chiamato talvolta anche con il titolo di Gurudev, (Calcutta, 6 maggio 1861 – Santi Neketan, 7 agosto 1941) è stato un poeta, drammaturgo, scrittore e filosofo indiano. Si impegnò a creare una "nuova India” moderna e indipendente, proponendosi di conciliare la cultura occidentale con quella orientale: era un profondo conoscitore della lingua inglese e tradusse lui stesso le sue opere in questo idioma. Figlio di un ricco bramino, studiò nel Regno Unito e, tornato in patria, si dedicò all'amministrazione delle sue terre e a ogni forma d'arte. In liriche destinate al canto, che egli stesso musicò e tradusse in inglese, in lavori teatrali ricchi d'intermezzi lirici, in romanzi, in novelle, memorie, saggi e conferenze Tagore affermò il proprio amore per la natura e per Dio, le proprie aspirazioni di fratellanza umana, la propria passione (anche erotica), l'attrattiva della fanciullezza.

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